Lettera al Fato

Egregio dott. Fato,

a seguito dei recenti sviluppi relativi alla Sua collaborazione e alle Sue proposte, volevo informarLa che abbiamo convocato d’ugenza un CDA straordinario per discuterne, come da accordi. In qualità di legale rappresentante dell’Azienda, pertanto, mi permetto di scriverLe per comunciarLE con rammarico che quanto da Lei offerto al momento non soddisfa appieno le nostre esigenze e tanto meno la nostra Mission Aziendale.

In calce troverà la sintesi del verbale dell’Assemblea straordinaria.

Certa che sarà pronto a rivedere le Sue posizioni in merito alla nostra ditta, ci rendiamo disponibili a qualsivoglia chiarimento e a eventuali ulteriori incontri chiarificatori.

RingraziandoLa per la Sua cortese attenzione,

Le porgo a nome di tutto lo Staff

Cordiali saluti,

Ilariuccia

legale rappresentante della ditta Ilariuccia &co SRL

——Sintesi verbale  CDA ——

Ah Fato ‘nfame! Anvedi d’annà a fan…

A Domitilla

Domitilla, piccolo amore mio,

non riesco a darmi pace per quello che è successo ieri.

Mi sento in colpa per non essere riuscita a tornare a casa per salvarti, colpa di quella fetente cassetta wc di casa vecchia che ha deciso di crollare portandomi fuori casa in fretta e senza poter rientrare fino a sera.

Mi sento in colpa per la mia fiducia nel lasciare la porticina aperta per farti svolazzare nella stanza che non doveva essere un pericolo per te, perché le avevo pensate tutte. O quasi. Purtroppo.

E tu eri curiosa, giocavi e forse avevi l’ovetto e cercavi un buchetto per inventarti un nido, visto che i due nidi in gabbia e gli altri due che avevo preparato fuori sembravano non piacerti.

Quando è morta Anna lo sapevo da giorni che sarebbe successo. Era ammalata. La sua morte è stata un dolore atroce, ma ero psicologicamente preparata all’evenienza.

Per la tua morte, piccolina, invece non ho reti. Non riesco a darmi pace. Ieri mattina eri allegra e mi svolazzavi addosso per darmi i bacini. E la sera eri fredda e senza vita. E oggi sei sotto terra, in una scatoletta colorata con la tua campanellina preferita: quella che ti divertivi a suonare per poi far cadere dal tetto della gabbia.

Ti chiedo di perdonarmi per questa disgrazia. Spero che tu abbia capito quanto ti volessi bene.

Non ho mai scritto lettere nemmeno per i miei genitori. Anche questa cosa mi fa sentire in colpa. Ma io mi sento sempre in colpa per qualcosa, quindi non credo faccia nemmeno molto testo.

Ti voglio bene, piccolina, mi mancherai tantissimo.

Salutami Anna e tutti gli altri animaletti che incontrerai: Gina, Orazio, Ariosto, Pericle, Teodoro, Susanna, Mitì, Cip, e Messalina.

Vola felice.

La tua amica, sorellina, mamma…quello che vuoi. Quello che avevi deciso che io fossi per te,

Ilaria

TEMA: Il concerto di Venditti- impressioni di un soprano nanerottolo che mai ha visto un concerto “normale” dal vivo

Avviso ai lettori: questo temino farà largo uso e abuso di parentesi. Così, per essere in linea col personaggio 😀
SVOLGIMENTO:

Ieri, martedì 11 febbraio 2014*, sono stata al concerto di Antonello Venditti. Vi confesso che era il mio primo concerto Pop (si può definire la musica di Venditti “pop”?). O meglio era il mio primo concerto non lirico/sinfonico/cameristico. Manco un concerto Rock ho mai visto. Son quelle esperienze di vita che fanno crescere un giuovane virgulto. L’assenza di questa componente nella mia gioventù potrebbe spiegare il mio metro e mezzo d’altezza.

Sì, forse potrei impegnarmi e comprarmi i biglietti di qualche band famosa. Ma ho visto che costano un botto. E di spendere un botto per ascoltare gente che canta col microfono in un teatro non mi va. Non configura Doping il microfono?

Ora, forse da me qualcuno si aspetterà un mio giudizio sulla vocalità dell’artista. Tuttavia trovo che sia una sciuocchezzuola immane valutare Antonello Venditti per la sua vocalità. Quindi su questa cosa non spenderò nemmeno mezzo pixel.

A dire il vero non mi va nemmeno tanto di parlare del concerto in sè. Vi basti sapere che sono stata una claque fantastica: per le prime due ore** ho fatto partire praticamente tutti gli applausi, sebbene conoscessi una canzone su quattro. Per pura solidarietà al cantante. Facevo partire gli applausi anche sui lunghi, lunghissimi monologhi, un po’ autocompiacenti, che l’artista propinava. A volte cominciavo ad applaudire per salvarlo da situazioni imbarazzanti prima che si infilasse in pendii scivolosissimi (ad esempio quando si è sognato di dire “Beh, ma voi triestini non siete fascisti” seguito da un gelo in sala abbastanza indicativo. A Trieste ci son tantissimi fascisti. Oh, non dico mica gente di destra, eh! Dico proprio di quelli che cantano “duce, duce, eiaeiaalalà”. Antonellino mio, ma come puoi fare una simile uscita a Trieste).

Quello di cui vorrei scrivere è il gran numero di differenze che il concerto del cantautore ha con un’opera lirica o un concerto lirico/sinfonico/cameristico cui sono abituata. Vi sembrerà strano, ma ho trovato anche qualche analogia.

Partiamo dalle Analogie:

1. L’Età Media: l’età media al concerto di Venditti era abbastanza alta. Forse appena appena abbassata dalla presenza di un certo numero di giovani. Anche all’opera a volte l’età media è bassa se, ad esempio, nello spettacolo è previsto il coro dei bambini che si porta il codazzo di fratellini, cuginetti e amichetti come pubblico. O se le scuole portano i ragazzini ad assistere alla rappresentazione. Diciamo che, però, in questi casi, i ragazzini son costretti a partecipare e forse il discorso non fa molto testo. Al concerto di Venditti suppongo che i giovani fossero presenti volontariamente!

2. L’Intelligibilità delle parole: vi sembrerà bizzarro, ma ho avuto le stesse difficoltà che mediamente hanno i neofiti con la lirica. Vuoi che, quando suonava al piano, l’effetto di riverbero usato creava un pastone di suoni che manco in una cattedrale gotica a cinque navate per un concerto di arie di furore di Vivaldi potrebbe produrre, vuoi perché appena partiva con la band il volume diventava talmente eccessivo da “coprire” la voce che -beh!- spesso ero in difficoltà. I miei amici non se ne curavano: “noi sappiamo le parole a memoria”. E lì ho pensato:”orpo, ma anch’io conosco le opere a menadito. Forse questo dovrebbe farmi riflettere”. Posso azzardare a concludere che la storia “non vado all’opera perché non capisco le parole” è, alla fin fine, una gran boiata.

3. Il Senso di Nostalgia: I miei amici e vicini di poltrona, all’alternarsi delle canzoni, rammentavano le varie feste delle medie/liceo in cui ballavano i lenti sulle canzoni di Venditti. Era tutto un Amarcord. E’ esattamente quello che succede con la lirica. Solo che è non è così scontato ricordarsi di quella volta che si ballava sui lenti – peraltro famosissimi- di Giuseppe Verdi (oddio, visti certi giovinotti che frequentano l’Opera in effetti potrei anche non escluderlo). Diciamo che è una nostalgia di tipo diverso, ma il senso di nostalgia è un fattore comune!

DIFFERENZE:

1. Puntualità: Forse non ci crederete, ma il concerto è iniziato PUNTUALISSIMO. Questo nell’Opera non succede quasi mai. Alle 21.01 (forse erano anche le 21, e son io che ho l’orologio del telefonino che va avanti) è entrato in scena Antonello Venditti. Forse però la puntualità si doveva al gran numero di monologhi che sarebbero stati appioppati al pubblico!

2. Le Luci: Oh, questa è stata una cosa bellissima. Io di solito vedo le luci che dal fondo sala vanno verso il palco. Ieri vi erano anche delle luci che andavano verso il pubblico. A me è piaciuto un sacco. Non si potrebbe usare lo stesso principio anche nella concertistica classica? Sai che figo durante la prima sinfonia di Mahler, sparicchiare qualche effettone luccicoso alla comparsa del tema di Fra Martino? Sarebbe da tener presente!

3. Partecipazione del pubblico: Il pubblico cantava. Anch’io vorrei che fosse possibile all’Opera o al concerto classico (oddio, in taluni concerti d’operetta il pubblico canta, a dire il vero. Ma all’Opera mai. Che palle! Sì, trovi ogni tanto il melomane incallito che se la canta da solo, ma è più uno sfoggio di cultura musicale mal tollerato dai vicini, che un momento partecipativo). Sarebbe meraviglioso. Ah, e si poteva applaudire anche durante l’esecuzione! Fighissimo

4. I comizi: diceva anche cose interessanti anche se faticava un po’ a tenere il filo del discorso. A un certo punto ho semplicemente smesso di ascoltare. E che lunghi, Dio mio, che lunghi! Vi immaginate se uscisse Accardo e cominciasse a raccontare di quanto sua bisnonna fosse affetta da psoriasi, e di come lui sia rimasto sconvolto per questo al punto di mettersi a suonare per disperazione? Ecco. Era una roba così 🙂

5. La lunghezza del concerto: A un certo punto pensavo che mi sarei fatta la pipì addosso. Almeno nei concerti o nelle opere più lunghe ESISTONO GLI INTERVALLI. Argh! No. Questo inalienabile diritto al vuotamento della vescica non era contemplato. Manco per fumare una sigaretta il buon Antonello ha pensato di interrompere lo show. Pensavo sarei morta come Tycho Brahe!

6. L’ingenerosità dell’artista nel concedersi: Il pubblico in visibilio -modestamente parlando, anche grazie alla mia claque iniziale (scherzo, eh!)- alla fine del concerto ha continuato ad applaudire per un’ulteriore uscita del protagonista. Nada. All’opera di solito si continua ad uscire a prendersi gli applausi anche ben dopo l’ufficiale chiusura del sipario. In realtà, forse questo non è successo non tanto per ingenerosità, quanto forse per questioni sindacali dei tecnici e dei vigili del fuoco. Ai posteri!

Beh, per concludere, direi che a parte il sonno fotonico che mi ritrovo stamattina, mi sono anche divertita.

Poi, diciamocelo: ma questo signor Venditti ha cantato nello stesso teatro in cui ho cantato io, anche recentemente. Deve essere uno famoso, allora 😛 😀

* Nei temi alle elementari scrivevo sempre la data completa, così il tema veniva più lungo! Perché perdere le antiche abitudini?

**Sì, il concerto è durato uno sproposito. La prossima volta che qualcuno si lamenta della Tetralogia di Wagner gli rido dietro 😀

Ebbene sì, sono fastidiosetta!

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Ogni tanto.

Mica sempre, eh!

Oggi lo sono. Non nel senso che arreco fastidio agli altri. No. Anche se mi piacerebbe attaccar brighe e sfogarmi un po’, sono fastidiosetta nel senso che, oggi, un sacco di cose mi infastidiscono. Sarà il fatto che sono un po’ scassatina col fisico, magari. Sarà il repentino variare delle condizioni metereologiche. Sarà che l’idea di farmi ancora esami, interventi, e soprattutto CODE agli sportelli delle varie cliniche non mi garba molto. 

Non saprei trovare una causa.

Semplicemente mi girano le scatole. E cose sulle quali normalmente soprassiedo, oggi mi rendono un po’ più incazzosetta del solito.

Certi piccoli dettagli, certe piccole forme di maleducazione, certe piccole ipocrisie, certe piccole….

Ecco, ho capito! Sono le famigerate “piccole cose” che mi dan fastidio. Quelle che, secondo una consolidata e stucchevole retorica dei ninnoli sorridenti, dovrebbero allietarti veramente la vita.

ImmagineChi ha inventato ‘sta boiata delle “piccole cose” evidentemente non ha considerato che le POCHE piccole cose belle non sono in grado di compensare le  TANTE piccole cose bastarde che ogni giorno si susseguono senza soluzione di continuità. In definitiva, credo che per vincere lo stress da “piccole cose bastarde” occorra che capiti almeno una “grande cosa strafigona”.

Attendo fiduciosa, se non altro per smettere di esser fastidiosetta.

Ad Avignone si stava benissimo

La visita al palazzo dei Papi, ad Avignone, mina le tue poche certezze storiche. Secondo le didascalie e le spiegazioni sparpagliate per il palazzo, Clemente V si trasferì ad Avignone così perché, giracchiando qua e là, vide il posto e gli piacque.

 

Nulla lascia intendere tutte le beghe tra i Papi precedenti (in primis quel simpaticone di Bonifacio VIII) e FIlippo il Bello in Francia o i Colonna, a Roma.

 

Ad Avignone, infatti, si stava benissimo: le piene del Rodano e la peste nera rendevano gaia e varia la vita dei cittadini che mai conoscevano la noia. Gli Avignonesi eran così felici di ospitare i Papi, cui pagavano volentieri le salate gabelle,  da star sempre a ballare sur le Pont d’Avignon.

Poi che il ponte crollasse ogni secondo minuto, era solo un altro piacevole diversivo. Era meraviglioso finanziare regolarmente il restauro o la ricostruzione del Ponte. San Bénezet era stato così bravo ad operare il miracolo che costruì non un ponte possente che resistesse alla furia del fiume (che banalità sarebbe stata!), ma un ponte sfigatino che alla minima piena crollasse. Questo perché Bènezet sapeva che, altrimenti, i cittadini si sarebbero annoiati nel corso dei secoli. Questo sì che è un miracolo!
Diciamocelo, ad Avignone si stava benissimo. Anzi, si stava da Papa!

 

Italiano: Avignone palazzo dei papi e o panora...

Italiano: Avignone palazzo dei papi e o panorama città (Photo credit: Wikipedia)

 

Avignone, dove finisce il ponte?

Avignone, dove finisce il ponte? (Photo credit: Galli Luca)

 

Lanci, ricordi, e non sequitur spaziali

Pensate! Questa ragazza da grande vuol far l’astronauta“,  disse il parroco-presentatore di uno dei primissimi concerti di Ilariuccia, ancora liceale. Scroscio di applausi. Ilariuccia, dietro alla pala del coro, pronta alla replica, trattenuta dal pianista: “L’astronauta???? Avevo detto astrofisico! Ma se ho paura anche di un banale aeroplano*”.

Ilariuccia, pensando a quell’evento, ricorda soprattutto un attacco di Ridarola Tremens (pericolosissima patologia cronica con tendenze a manifestarsi nei momenti meno opportuni) che la colpì poco prima di iniziare a cantare. L’interpretazione che ne seguì fu molto apprezzata per l’intenso pathos che, a detta del pubblico, riuscì a trasmettere: “guardate: ha le lacrime! Che interpretazione“. In realtà l’espressione contratta era dovuta allo sforzo per non ridere, e le lacrime un classico sintomo collaterale della suddetta patologia.

Ieri sera, alle 22.31, ora italiana, la Soyuz portava tre astronauti, di cui uno Italiano, alla Spazione Stazial  Stazione Spaziale Internazionale.

Pensando a come stanno andando le cose in Italia, Ilariuccia ha invidiato un po’ il maggiore Luca Parmitano che ha lasciato il Bel Paese in basso (in basso in tutti i sensi).

E ha ripensato al parroco-presentatore del concerto ilariuccesco.

“Ah, se avessi dato ascolto a lui….”

Soyuz-T spacecraft.

Soyuz-T spacecraft. (Photo credit: Wikipedia)

*Banale aeroplano = citazione per amici frequentatori di certi ambienti universitari triestini 😉

Post ornitologico

English: Alfred Hitchcock

English: Alfred Hitchcock (Photo credit: Wikipedia)

Sotto la tettoia della mia cucina, diverse specie ornitologiche vengono a farmi visita:

Al momento:

1. Nido di rondoni che hanno  iniziato la scuola di volo dei piccoli

2. cinciarelle, cince more, passere d’Italia becchettanti il cibo che Ilariuccia, diligentemente, lascia a loro disposizione (in inverno palletta di grasso, ora semini vari)

3. tortore dal collare in coppia

In casa, il cocorito Augusto.

Hitchcock me fa un baffo.

Sbagliommi

Salve a tutti,

ho creato un blog  a mia insaputa 😛

A questo punto cercherò di usarlo.

Ciao,

Ilariuccia

Ps. Ma devo scrivere qualcosa di intelligente del tipo “i commenti sono moderati”? Oppure “questo blog non è una testata giornalistica, ma solo una testata dolorosa?”